Volevo misurare una cosa che sento ripetere da anni: che indovinare il momento giusto per entrare sui mercati conta meno di quanto sembri. Non mi bastava leggerlo. Così ho costruito un robot, gli ho dato tre regole precise e l’ho lasciato lavorare su dodici anni di storia dell’indice americano S&P 500. Il risultato mi ha sorpreso due volte: la prima perché il robot funzionava davvero, la seconda perché non è bastato.
Quello che segue non è una teoria: sono i numeri usciti dall’esperimento, compresi quelli che avrei preferito non vedere.
Le regole erano semplici
Il robot doveva fare una cosa sola: comprare quando il mercato spaventava, ma solo dentro una tendenza di lungo periodo positiva. Tre condizioni, sempre le stesse, senza eccezioni:
- si opera solo se l’indice sta sopra la sua media degli ultimi 200 giorni: sotto quella soglia il robot resta fermo e non compra niente;
- si compra solo dopo un calo brusco di brevissimo periodo, misurato con un indicatore tecnico standard;
- si vende appena il prezzo rimbalza, senza aspettare un obiettivo preciso.
Nessuna previsione, nessuna lettura delle notizie, nessuna discrezionalità. Un elenco di regole che una macchina esegue sempre allo stesso modo. Che poi è il motivo per cui gli esperimenti si fanno con le macchine: non si distraggono e non si innamorano delle proprie idee.
Ha funzionato
In dodici anni il robot ha aperto 108 operazioni. Di queste, 83 si sono chiuse in utile: quasi otto volte su dieci il momento scelto era quello giusto. Chi fa trading sa quanto è alta una percentuale del genere.
Ma il dato più interessante è un altro, ed è quello che non mi aspettavo. Ho calcolato quanto rendeva ogni singolo giorno in cui il robot era davvero investito, e l’ho confrontato con il giorno medio del mercato nello stesso periodo:
- mercato, giorno medio: 0,0427%;
- robot, nei giorni in cui era investito: 0,0625%.
Nei giorni che sceglieva, il robot rendeva il 46% in più della media. Il suo tempismo non era un’illusione: funzionava, ed era misurabile.
E ha perso lo stesso
Ecco il confronto finale su dodici anni, partendo entrambi dalla stessa cifra:
- robot: +25,8%, con una perdita massima del 14,3% lungo il percorso;
- indice, comprato e mai più toccato: +277,6%, con una perdita massima di circa il 34%.
Il robot ha rischiato meno della metà, e va detto. Ma ha guadagnato dieci volte meno. Chi ha comprato l’indice e per dodici anni non ha fatto più niente, senza guardare un grafico e senza scegliere nessun momento, ha ottenuto un risultato che il robot non ha mai nemmeno avvicinato.

Il tempismo era buono, ma si applicava a poco più di un decimo del percorso.
Il conto che spiega tutto
La spiegazione sta in un numero solo. Il robot è rimasto investito 367 giorni su 3.114, cioè l’11,8% del tempo. Su dieci giornate di borsa aperta, quasi nove le ha passate fuori, ad aspettare il momento giusto.
E mentre aspettava, il mercato saliva. Saliva nei giorni qualunque, quelli senza paura e senza occasioni: proprio i giorni che il robot, per costruzione, doveva lasciar passare.
Il conto a questo punto si fa da solo: un vantaggio del 46% applicato a poco più di un decimo del percorso non può reggere il confronto con un rendimento normale applicato al percorso intero. È aritmetica, e la bravura non c’entra.
Né bastava dirgli di stare dentro di più. Il suo vantaggio esisteva proprio perché era selettivo: allargare le condizioni per aumentare i giorni investiti avrebbe diluito esattamente ciò che lo rendeva bravo.
Ed è una trappola elegante, perché ogni singola operazione dava ragione al robot: comprava bene, rivendeva in utile, ricominciava. Guardando le operazioni una per una, stava vincendo. Il conto complessivo raccontava il contrario, ma quel conto si vede solo alla fine. E solo se qualcuno lo fa.
Dove l’esperimento non arriva
Un’avvertenza, dovuta a chi legge. I dodici anni del test, dal 2014 al 2026, sono stati un periodo eccezionalmente generoso per l’indice americano: +277,6% quasi senza pause lunghe. Su un mercato che sale così, chi resta sempre dentro è avvantaggiato per definizione.
In un periodo diverso il verdetto poteva cambiare. Tra il 2000 e il 2012, per esempio, l’S&P 500 è rimasto sostanzialmente fermo per dodici anni: lì un robot che sta quasi sempre fuori avrebbe potuto difendersi meglio di chi è rimasto investito. I miei dati non coprono quel periodo, quindi non posso misurarlo, e un esperimento onesto lo dichiara.
Quello che questo test dimostra è preciso: su un mercato in salita, il tempo passato dentro ha contato più del tempismo, anche con un tempismo che funzionava.
Cosa mi porto a casa
La domanda da cui ero partito era «qual è il momento giusto per entrare». L’esperimento mi ha risposto che era la domanda sbagliata.
Le domande che spostano davvero il risultato sono altre, e sono meno emozionanti:
- per quanto tempo posso restare investito? È la variabile che ha pesato più di ogni altra in questo esperimento;
- quanta oscillazione riesco a sopportare senza cambiare idea? Il percorso migliore non serve a niente se lo abbandoni a metà;
- per quale obiettivo lo sto facendo? Senza una meta e una data, qualsiasi risultato sembra insufficiente e qualsiasi ribasso sembra definitivo.
Il tempismo è la parte spettacolare, quella dei video e dei discorsi al bar. Il tempo è la parte silenziosa. In questo esperimento, è quella che ha vinto.
La cosa che trovo incoraggiante è proprio questa: il risultato migliore è arrivato dall’avere un orizzonte lungo e dal non fare niente di speciale. Nessuna tecnica sofisticata, e nessuno strumento che io avessi e altri no. Due cose alla portata di chiunque, molto più della capacità di indovinare i mercati. Richiedono però di sapere prima dove si vuole arrivare, e quando.
Se vuoi partire da lì, il calcolatore di obiettivi serve esattamente a questo: mettere un numero e una data su quello che hai in mente.
Questo articolo ha finalità esclusivamente educative e informative. Non costituisce consulenza finanziaria personalizzata, raccomandazione o sollecitazione all’investimento.
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