TFR in azienda o nel fondo pensione
Il TFR che maturi ogni anno può restare in azienda, dove segue la rivalutazione di legge, oppure andare in un fondo pensione, dove segue i mercati. Cambiano il rendimento e, soprattutto, il modo in cui viene tassato. Questo strumento confronta i due percorsi con i parametri fiscali 2026, dalla parte del lavoratore e anche da quella dell’azienda.
Ogni anno versi lo stesso TFR. La differenza non è quanto metti da parte, ma dove cresce e come viene tassato quando lo ritiri.
Le ipotesi della simulazione
Sposta i valori: il confronto si aggiorna da solo.
Determina la rivalutazione del TFR in azienda: 1,5% fisso più il 75% dell’inflazione.
Valori lordi indicativi. I rendimenti reali dei fondi non sono garantiti e possono anche essere negativi.
È l’aliquota della tassazione separata: la stima applica gli scaglioni IRPEF 2026 al reddito di riferimento del TFR (circa il 90% della RAL). Puoi correggerla; muovendo la RAL si ricalcola.
Da lordo a netto (solo TFR)
| Voce | In azienda | Nel fondo |
|---|---|---|
| Importo netto finale | 0 € | 0 € |
E se aggiungi un versamento volontario?
Oltre al TFR puoi versare di tasca tua nel fondo. Questi contributi sono deducibili dal reddito fino a 5.300 euro l’anno, il nuovo limite introdotto dalla Legge di Bilancio 2026: ti abbassano l’IRPEF oggi e all’uscita seguono la tassazione agevolata del fondo. Nel conteggio del limite rientra anche l’eventuale contributo del datore di lavoro, mentre il TFR conferito non rientra.
Il lato dell’azienda
Se il TFR resta in azienda, per l’impresa è liquidità a costo quasi nullo. Se invece va al fondo pensione, l’azienda perde quella provvista ma ottiene benefici fiscali e contributivi previsti dalla legge. Qui la stima per un singolo dipendente.
In più l’azienda non sostiene la rivalutazione annua del TFR (1,5% più il 75% dell’inflazione) né versa l’imposta sostitutiva del 17%, e riduce il debito da TFR che dovrebbe liquidare alla fine. Sull’altro piatto c’è la liquidità: il TFR lasciato in azienda è una fonte di autofinanziamento che il conferimento esterno fa venire meno. Per una PMI solida i benefici tendono a superare questo costo, per un’impresa che usa il TFR come cassa il valore della liquidità pesa di più. Nota: dal 2026, superate certe soglie dimensionali, il TFR non destinato alla previdenza va comunque al Fondo di Tesoreria INPS, quindi restare in azienda è un’opzione soprattutto per le imprese sotto soglia.
Cosa abbiamo capito
Tre motori spostano il risultato per il lavoratore. Il primo è il rendimento: in azienda il TFR segue la rivalutazione di legge, spesso vicina o inferiore all’inflazione, mentre nel fondo dipende dalla linea scelta e dai mercati. Il secondo è la tassa sui rendimenti maturati: 17% sulla rivalutazione in azienda, 20% nel fondo (12,5% sulla parte in titoli di Stato). Il terzo, di solito il più pesante, è la tassa finale: in azienda si applica l’aliquota media della tassazione separata, nel fondo un’aliquota agevolata che parte dal 15% e scende fino al 9% oltre il quindicesimo anno di adesione.
Il vantaggio del fondo cresce con l’orizzonte, ma non è senza contropartite. Più anni restano davanti, più contano l’aliquota finale ridotta e la capitalizzazione, e il versamento volontario aggiunge il risparmio IRPEF immediato della deducibilità. Sull’altro piatto ci sono il rischio di mercato, i costi di gestione e il fatto che destinare il TFR alla previdenza complementare è una scelta di norma irreversibile. Il TFR in azienda, in cambio di un rendimento in genere più contenuto, resta più prevedibile.
Una novità del 2026 da conoscere. Per chi viene assunto nel settore privato dal 1° luglio 2026 vale l’adesione automatica: senza una scelta esplicita entro 60 giorni dall’assunzione, il TFR viene destinato al fondo pensione previsto dal contratto collettivo. Capire come funzionano i due percorsi prima di quel momento, quindi, non è più un dettaglio: è il modo per fare una scelta consapevole invece di subirla. Nota: sempre dal 2026 la stessa legge ha aumentato dal 50% al 60% la quota del montante che si può ritirare in capitale al momento della prestazione, lasciando in rendita la parte restante, una flessibilità in più nella fase di uscita.
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