Progetto editoriale di educazione finanziaria

Simulatore TFR: azienda o fondo pensione

Educazione finanziaria

TFR in azienda o nel fondo pensione

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Ogni mese la tua azienda mette da parte una fetta del tuo stipendio. Tu non la vedi arrivare sul conto, ma è tua: è il TFR, cioè il trattamento di fine rapporto, quello che tanti chiamano ancora liquidazione. Te lo danno quando lasci il lavoro. Quanto è? Più o meno 1.500 euro all’anno se guadagni 20.000 euro lordi, e in una vita di lavoro diventano decine di migliaia di euro. Su quei soldi puoi fare una scelta, e quasi nessuno la fa: lasciarli in azienda, dove ogni anno crescono di poco ma sai già di quanto, oppure portarli in un fondo pensione, dove crescono di più o di meno a seconda di come vanno i mercati. La differenza si vede tutta alla fine, quando li ritiri e scopri quanto ne resta dopo le tasse. Qui sotto puoi vedere come funziona il confronto fra le 2 strade, con le regole nuove del 2026.

1 mensilità circa, messa via ogni anno 2 strade possibili: azienda o fondo 60 giorni di tempo per scegliere 5.300 € l’anno che abbassano le tasse

Di cosa sono fatti i tuoi soldi alla fine

Le 2 colonne sono disegnate uguali di proposito. Servono a far vedere i pezzi, non a dire quale strada rende di più.

quello che metti via uguale nei 2 casi quello che è cresciuto e ti resta Quanto cresce lo dice una regola fissa di legge: lo sai già in partenza. Quanto cresce lo decidono i mercati: può venire molto di più o molto di meno. quello che va allo Stato e a te non arriva Qui si usa la tua aliquota, quella dei tuoi redditi. Qui si parte dal 15% e scende fino al 9%, se resti dentro tanti anni. AZIENDA regola fissa, scritta nella legge FONDO PENSIONE dipende dai mercati 1. Quello che metti via è uguale nei 2 casi 2. Poi i soldi crescono, e qui le strade si dividono 3. Alla fine lo Stato prende la sua fetta, con 2 regole diverse Chi finisce più in alto dipende dai rendimenti e dagli anni

Le 2 colonne sono alte uguali di proposito. Questo disegno serve a far vedere di cosa sono fatti i soldi alla fine, non a dire quale delle 2 strade rende di più. Quello dipende da come vanno i mercati, da quanti anni resti dentro e dall’aliquota dei tuoi redditi, e può ribaltarsi. Il conto vero, sui valori che scegli tu, lo trovi qui sotto.

Muovi i valori e guarda cosa cambia

Sposta le barre qui sotto e osserva come si sposta il confronto fra le 2 strade. È un esempio di scuola, costruito su ipotesi semplificate e su rendimenti che nessuno può conoscere in anticipo: serve a capire il meccanismo, non a prevedere come andrà a finire. Per il tuo caso concreto parlane con chi ti segue davvero: il consulente finanziario iscritto all’albo, il commercialista, il CAF o il patronato, oppure chi ti prepara la dichiarazione dei redditi. Sono le persone che conoscono la tua situazione e possono ragionare sui tuoi numeri veri.

Le ipotesi della simulazione

Sposta i valori: il confronto si aggiorna da solo.

Se non ricordi la RAL a memoria, parti dallo stipendio: sono più o meno 2.308 euro lordi al mese, contando 13 mensilità. Con la quattordicesima il mensile scende un po’, ma il totale annuo resta questo.

Sono gli anni di partecipazione al fondo, e decidono anche l’aliquota finale: si parte dal 15%, che cala di 0,30 punti per ogni anno oltre il quindicesimo fino a fermarsi al 9%. Chi entra a metà carriera ne ha meno degli anni lavorati, e paga qualcosa in più.

Determina la rivalutazione del TFR in azienda: 1,5% fisso più il 75% dell’inflazione.

Valori lordi indicativi. I rendimenti reali dei fondi non sono garantiti e possono anche essere negativi.

È l’aliquota della tassazione separata: la stima applica gli scaglioni IRPEF 2026 al reddito di riferimento del TFR (circa il 90% della RAL). Puoi correggerla; muovendo la RAL si ricalcola.

0 €
Netto in azienda
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Netto nel fondo
0 €
Differenza
TFR in azienda TFR nel fondo pensione

Da lordo a netto (solo TFR)

VoceIn aziendaNel fondo
Importo netto finale0 €0 €

Il netto qui sopra è calcolato con la tassazione del capitale, cioè il 15% che scende fino al 9%. Se sceglierai l’erogazione frazionata introdotta nel 2026 l’aliquota è più alta: il dettaglio è nel riquadro «Come esci dal fondo, e quanto paghi».

E se aggiungi un versamento volontario?

Nel fondo, oltre al TFR, puoi mettere anche soldi tuoi, quando vuoi e quanto vuoi. Vale la pena saperlo, perché lo Stato te ne restituisce una parte subito, con la dichiarazione dei redditi.

Funziona così: quello che versi viene tolto dal reddito su cui paghi le tasse, fino a un tetto di 5.300 euro all’anno, alzato dalla legge di bilancio 2026 (prima erano 5.164,57). Quindi se il tuo reddito sta nella fascia che paga il 33%, ogni 1.000 euro che versi te ne tornano indietro 330. Se sta nella fascia del 23%, te ne tornano 230.

Due cose da sapere. Dentro quel tetto ci finisce anche quello che eventualmente versa per te il datore di lavoro, mentre il TFR che porti nel fondo resta fuori e non consuma il tetto. E se in un anno versi più di 5.300 euro, la parte in eccesso non ti abbassa le tasse oggi, però quando la ritirerai non verrà tassata una seconda volta.

0 €
Quanto torna indietro di tasse ogni anno
0 €
Quanto torna indietro in tutti gli anni messi insieme
0 €
Quanto avresti in più nel fondo, già al netto

Il lato dell’azienda

Questa parte interessa soprattutto chi ha un’azienda, ma serve anche a un dipendente: fa capire perché al datore di lavoro la tua scelta non è indifferente.

Il TFR lasciato in azienda, per l’impresa, è denaro che resta dentro e che intanto può usare: una specie di prestito a costo bassissimo. Se invece il TFR va al fondo pensione quel denaro esce subito, però in cambio la legge riconosce all’azienda alcuni sconti su tasse e contributi. Qui sotto la stima di quegli sconti per un solo dipendente.

0 €
Meno IRES da pagare ogni anno, grazie alla deduzione più alta
0 €
Esonero Fondo Garanzia e oneri (0,48% della RAL)
0 €
Beneficio annuo per dipendente

Ci sono poi 3 vantaggi che non si vedono nei riquadri qui sopra. L’azienda non deve più rivalutare quel TFR ogni anno (1,5% più il 75% dell’inflazione), non versa più su quella rivalutazione l’imposta sostitutiva del 17%, e si alleggerisce il debito verso i dipendenti che prima o poi dovrà pagare. Sull’altro piatto della bilancia c’è la liquidità: il TFR tenuto dentro è una fonte di finanziamento che, conferendolo, viene meno. Quale dei 2 pesi conti di più cambia da impresa a impresa: chi ha cassa abbondante guarda soprattutto agli sconti, chi usa il TFR per far girare il circolante guarda soprattutto a quello che perde. Nota sulle soglie: il TFR non destinato alla previdenza complementare va al Fondo di Tesoreria INPS per i datori dai 50 addetti in su. Dal 1° gennaio 2026 ci rientra anche chi raggiunge quella soglia negli anni successivi all’avvio, calcolando la media annua dei dipendenti dell’anno precedente, con una condizione transitoria: nel 2026 e nel 2027 solo con una media da 60 addetti in su. Dal 1° gennaio 2032 la soglia scende a 40. Tenere il TFR in azienda, quindi, resta una possibilità concreta soprattutto per le imprese sotto soglia.

Quando e come puoi rivedere questi soldi

«Uscire dal fondo» è una frase che confonde, perché indica 3 cose molto diverse fra loro. Cambiano i tempi, cambiano i motivi che devi avere e cambiano le tasse. Vale la pena tenerle separate.

Le 3 porte

Sono le uniche 3 strade per cui i soldi del fondo tornano a te.

1
La pensione. È l’uscita normale, quella per cui il fondo esiste. Arriva quando maturi i requisiti per la pensione pubblica e hai partecipato al fondo per almeno 5 anni. In quel momento scegli in che forma farti dare i soldi, e le forme sono 5.
2
L’anticipazione. Chiedi una parte dei soldi prima della pensione, ma resti dentro il fondo e il resto continua a lavorare. Non puoi chiederla quando vuoi e per qualsiasi motivo: servono una causale prevista dalla legge e, in 2 casi su 3, almeno 8 anni di iscrizione.
3
Il riscatto. Esci del tutto o in parte prima della pensione, perché è cambiata la tua situazione lavorativa. Non è una scelta libera: succede quando perdi i requisiti per stare in quel fondo, per esempio se resti senza lavoro a lungo o cambi settore.

Quello che non puoi fare è chiudere il fondo quando ti pare per riprenderti i soldi. Fuori da questi 3 casi i soldi restano dentro, e questo è il prezzo del trattamento fiscale di favore.

Porta 1. Alla pensione: le 5 forme, e quanto paghi

Fino al 2025 le forme erano 2. La legge di bilancio 2026 ne ha aggiunte 3. Clicca su ognuna per vedere come funziona.

Capitale: i soldi tutti insieme

Ti fai dare una somma sola, in una volta. È la forma che quasi tutti hanno in mente quando pensano alla liquidazione.

C’è però un tetto: puoi prendere in capitale fino al 60% di quello che hai accumulato, e il resto deve uscire in rendita. Fino al 2025 il tetto era il 50%. La legge lo ha alzato proprio perché in tanti chiedevano più libertà su questo punto.

Esiste una sola eccezione che permette di prendere tutto in capitale: se convertendo almeno il 70% del montante la rendita che ne uscirebbe resterebbe sotto la metà dell’assegno sociale. In pratica quando la rendita sarebbe così piccola da non avere senso.

Come viene tassato: ritenuta del 15%, che scende di 0,30 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9% dopo 35 anni. Si paga solo sulla parte che non è già stata tassata durante il percorso.

Rendita vitalizia: un assegno per tutta la vita

Il fondo trasforma quello che hai accumulato in un assegno periodico che ti viene pagato finché sei in vita, senza scadenza. Se vivi a lungo continui a riceverlo anche quando hai già incassato più di quello che avevi messo da parte.

Quanto sia grande quell’assegno dipende dall’età che hai quando lo chiedi e dai coefficienti del tuo fondo, che sono numeri diversi da fondo a fondo. Per questo qui non trovi nessun calcolo: chiunque ti dia una cifra senza sapere quale fondo hai e quanti anni hai ti sta raccontando una storia.

Esistono varianti che si possono chiedere al momento della scelta, per esempio la rendita reversibile, che continua a essere pagata a una persona che indichi tu dopo la tua morte. Costa qualcosa in termini di importo mensile, perché la compagnia copre un rischio in più.

Come viene tassata: stessa regola del capitale, 15% che scende fino al 9% con gli anni di partecipazione.

Rendita a durata definita: un assegno per un numero preciso di anni

Nuova dal 1° luglio 2026. Funziona come la rendita vitalizia, ma invece di durare per sempre dura per un numero di anni stabilito in partenza.

Quel numero non lo scegli tu: è la tua speranza di vita residua, cioè quanti anni si prevede in media che vivrà una persona della tua età, presa dalle tavole ISTAT. Ogni anno il fondo divide quello che resta per gli anni che mancano, e ti paga quella rata.

La differenza pratica con la rendita vitalizia è cosa succede se vivi più a lungo del previsto: con la vitalizia continui a ricevere l’assegno, con questa il capitale a un certo punto finisce. In cambio, se muori prima, quello che resta non va perduto e viene riscattato dalle persone che hai indicato tu.

Come viene tassata: come il capitale, 15% che scende fino al 9%.

Prelievi liberi: prendi quando ti serve

Nuova dal 1° luglio 2026. Invece di ricevere un assegno a scadenze fisse, chiedi i soldi quando ti servono davvero.

La libertà però ha un limite preciso: in ogni momento puoi chiedere al massimo la somma delle rate che ti sarebbero già spettate con la rendita a durata definita, e che non hai ancora riscosso. In parole semplici, non puoi svuotare tutto in un colpo: puoi solo recuperare l’arretrato che hai lasciato lì.

È pensata per chi ha spese che arrivano a strappi invece che tutti i mesi uguali. Nel frattempo quello che non hai preso resta investito e continua a lavorare.

Come viene tassata: come il capitale, 15% che scende fino al 9%.

Erogazione frazionata: tutto, ma spalmato negli anni

Nuova dal 1° luglio 2026. Ti fai dare tutto quello che hai accumulato, però distribuito su un periodo di almeno 5 anni invece che in una volta sola.

Serve a chi vuole tutto il capitale ma non se lo vuole trovare sul conto in un colpo, e a chi preferisce incassare a scaglioni. Il montante che non ti è ancora stato pagato resta in gestione nel fondo.

Attenzione, qui la tassa è diversa. Questa è l’unica delle 5 forme con una regola sua: si parte dal 20%, che scende di 0,25 punti per ogni anno oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 15%. Le altre 4 partono dal 15% e arrivano al 9%. Su un percorso lungo la differenza vale 6 punti sulla parte tassabile, quindi la stessa cifra presa in modo diverso lascia in tasca importi diversi. È il dettaglio meno raccontato di tutta la riforma.

Il confronto in cima a questa pagina usa la tassazione del capitale, cioè il 15% che scende fino al 9%.

Porta 2. L’anticipazione: prendere una parte prima

Resti iscritto al fondo e il resto dei soldi continua a lavorare. Servono però un motivo fra quelli previsti dalla legge e, in 2 casi su 3, un’anzianità minima.

Per quale motivoDa quandoQuantoTassa
Spese sanitarie gravi
Terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle strutture pubbliche, per te, il coniuge o i figli.
subito, anche il primo anno fino al 75% 15% fino al 9%
Prima casa
Acquisto della prima casa per te o per i tuoi figli, con atto notarile. Vale anche per ristrutturarla.
dopo 8 anni di iscrizione fino al 75% 23%
Altri motivi tuoi
Non devi spiegare niente e il fondo non può chiederti perché.
dopo 8 anni di iscrizione fino al 30% 23%

Il 23% non scende con gli anni, e questo confonde quasi tutti. Lo sconto di 0,30 punti per ogni anno oltre il quindicesimo vale solo per le spese sanitarie e per le prestazioni di fine percorso. Per la prima casa e per gli altri motivi la legge scrive una cifra secca, e quella resta: 23% dopo 8 anni di iscrizione, 23% anche dopo 30. Un esempio concreto: con 20 anni di fondo alle spalle, un anticipo chiesto per spese sanitarie viene tassato al 13,5%, cioè 15% meno 5 anni per 0,30 punti. Lo stesso identico importo chiesto per comprare casa viene tassato al 23%. Quasi 10 punti di differenza sulla stessa cifra, decisi soltanto dal motivo per cui la chiedi.

Due cose che quasi nessuno sa. La prima: sommando tutte le anticipazioni che chiedi in vita non puoi superare il 75% di tutto quello che hai versato, TFR compreso. La seconda: gli 8 anni si contano su tutti i periodi in cui hai partecipato a una forma di previdenza complementare, anche in fondi diversi e anche prima del 2005, purché tu non abbia mai chiesto il riscatto totale. Quindi chi ha cambiato lavoro più volte spesso ha già l’anzianità e non lo sa.

Nota sulla prima casa: deve essere davvero la casa dove abiti o dove andrai ad abitare, e la richiesta deve essere collegata all’acquisto. Se l’acquisto è di anni prima, il collegamento si perde e l’anticipazione non spetta.

Quanto si potrebbe chiedere, e quanto ne resterebbe

Questo strumento applica soltanto le regole scritte nella legge. Non ipotizza nessun rendimento e non prevede niente: fa i conti che farebbe il fondo. Muovi i valori e guarda cosa cambia.

Contano tutti i fondi a cui sei stato iscritto, non solo quello di adesso.

Se non ne hai mai chiesti, lascialo a zero.

0 €
Quanto puoi chiedere
0 €
Quanto trattiene lo Stato
0 €
Quanto ti arriva
15,00%
L’aliquota che ti applicano
Tetto previsto per questo motivo
Tetto complessivo su tutta la vita
Quanto resterebbe nel fondo
0 €
Se un domani lo rimetti dentroRimettendo nel fondo l’intera somma presa, questa tassa torna indietro come credito d’imposta. La legge lascia farlo in qualsiasi momento, senza scadenze, e anche un po’ per volta.

Come leggere questi numeri, senza illusioni. La ritenuta si calcola sulla parte non ancora tassata lungo il percorso, quindi la tassa vera è un po’ più bassa di quella indicata qui: questo strumento fa il conto prudente, per non farti aspettare più di quello che riceverai. Il tetto complessivo di tutta la vita è il 75% di quello che hai versato in tutti gli anni, TFR compreso, e comprende anche gli anticipi che hai già preso. Per il motivo «altri motivi tuoi» il fondo fa in più un controllo sul cumulo del 30%, che qui non è replicato.

Il reintegro, cioè come si torna indietro. Un anticipo non è una porta a senso unico. La legge dice che le anticipazioni «possono essere reintegrate, a scelta dell’aderente, in qualsiasi momento»: nessuna scadenza, e si può fare anche un po’ per volta. Sulle somme che reintegri ti spetta un credito d’imposta pari alla tassa che avevi pagato sull’anticipo, in proporzione a quanto rimetti dentro. Quel credito si usa in compensazione con l’F24, oppure a riduzione dell’IRPEF nella dichiarazione dei redditi.

Due cose da sapere prima di contarci troppo. La prima: il credito spetta soltanto sulla parte di versamenti che eccede i 5.300 euro dell’anno, perché sui primi 5.300 hai già la deduzione ordinaria e le 2 cose non si sommano. Per reintegrare cifre importanti in un anno solo servirebbero quindi versamenti molto alti, e nella pratica si spalma su più anni. La seconda: per recuperare tutta la tassa devi rimettere dentro l’intero importo anticipato, non quello che ti era arrivato in mano. Su un anticipo lordo di 12.000 euro tassato al 23% incassi 9.240 euro: rimettendone dentro 12.000 recuperi tutti i 2.760 di tassa, rimettendone 9.240 ne recuperi 2.125.

E una cosa che non torna indietro in nessun caso. Gli anni in cui quei soldi sono stati fuori e non hanno lavorato. Il credito d’imposta ti restituisce la tassa, mai la crescita che non c’è stata.

Porta 3. Il riscatto: uscire prima

Succede quando vengono meno i requisiti per restare in quel fondo, di solito perché cambia la tua situazione di lavoro. Qui la tassa dipende dal motivo, e la differenza è grossa.

Cosa ti è successoQuanto esceTassa
Sei senza lavoro da 12 a 48 mesi
Vale anche con mobilità o cassa integrazione, ordinaria o straordinaria.
metà della posizione 15% fino al 9%
Sei senza lavoro da più di 48 mesi tutto 15% fino al 9%
Invalidità permanente
Che riduce la capacità di lavoro a meno di un terzo.
tutto 15% fino al 9%
Muori prima della pensione
I soldi vanno agli eredi o alle persone che avevi indicato tu, anche non parenti.
tutto 15% fino al 9%
Perdi i requisiti per altri motivi
Per esempio cambi settore e quel fondo di categoria non ti riguarda più.
tutto 23%

Prima di riscattare per l’ultimo motivo conviene sapere che esiste sempre l’alternativa di trasferire la posizione al fondo del nuovo lavoro, senza tasse e portandosi dietro tutti gli anni di anzianità già maturati. Chi riscatta al 23% e poi riapre un fondo da zero perde gli anni, e con essi lo sconto sull’aliquota finale.

C’è poi una via di mezzo che si chiama RITA, la rendita integrativa temporanea anticipata. Serve a chi ha smesso di lavorare e aspetta la pensione di vecchiaia: il fondo gli paga un assegno che copre gli anni di attesa. Spetta a chi arriverà alla pensione di vecchiaia entro 5 anni e ha almeno 20 anni di contributi, oppure a chi è senza lavoro da più di 24 mesi e ci arriverà entro 10 anni. Segue la tassazione agevolata delle prestazioni.

I soldi che stanno nel fondo si possono pignorare?

È una domanda che si fanno in tanti, soprattutto chi ha debiti alle spalle, e la legge riscritta quest’anno dà una risposta precisa. La risposta però cambia a seconda di dove si trovano i soldi in quel momento.

Finché restano dentro il fondo: no, non si possono pignorare. La legge parla di «intangibilità delle posizioni individuali nella fase di accumulo». Intangibile, cioè non pignorabile: vuol dire esattamente questo, nessun creditore può toccarli. La protezione dura fino al giorno in cui chiedi la liquidazione.

Quando escono come pensione: solo entro limiti stretti. Il capitale, le rendite, la RITA e l’anticipo per spese sanitarie seguono le stesse regole delle pensioni pubbliche, che proteggono la parte necessaria a vivere.

Se invece li tiri fuori con un riscatto, o con un anticipo per la casa o per altri motivi: sì, del tutto. Qui la legge lo dice apertamente, quelle somme non sono soggette ad alcun vincolo. Tornano denaro come tutto il resto.

⚠️ Il tranello, e ci finisce dentro parecchia gente. Chi è già sotto pignoramento e riscatta il fondo per far cassa si ritrova i soldi aggredibili il giorno dopo l’accredito. Fuori dal fondo la protezione finisce.

Per confronto: il TFR lasciato in azienda si può pignorare nel limite di un quinto (articolo 545 del codice di procedura civile). Quindi lo stesso identico denaro è aggredibile per un quinto se resta in azienda, e intoccabile se sta nel fondo.

Una cosa che vale per qualunque strumento. Spostare beni quando i creditori sono già alla porta espone all’azione revocatoria, cioè al rischio che l’operazione venga annullata. La protezione funziona se costruita prima che serva, non dopo.

Un caso che capita a tanti: da dipendente a partita IVA

Vale anche per chi cambia settore e si trova con un fondo di categoria che non lo riguarda più.

I fondi di categoria sono legati al lavoro che fai. Se apri partita IVA e smetti di essere dipendente di quel settore, perdi i requisiti per restare in quel fondo. I soldi però restano tuoi, nessuno te li tocca: cambia soltanto cosa puoi farci. Le strade sono 3, e la distanza fra la prima e l’ultima vale parecchio.

1
Trasferisci in un fondo aperto o in un PIP. Sono forme a cui può iscriversi anche chi lavora in proprio. Il trasferimento è esente da ogni onere fiscale, e soprattutto ti porti dietro tutti gli anni di anzianità già maturati. Da lì continui a versare da autonomo, e quei versamenti restano deducibili fino a 5.300 euro l’anno. Il TFR ovviamente si ferma, perché da partita IVA non ne matura più.
2
Lasci la posizione ferma dov’è. I soldi restano investiti e continuano a lavorare, e gli anni continuano a contare. Non puoi però versarci più niente: per farlo servirebbero i requisiti che non hai più. È la scelta di chi non ha fretta e vuole decidere con calma.
3
Riscatti tutto e prendi i soldi. Qui si applica il riscatto per cause diverse, quello con la ritenuta piena del 23%, calcolata su quello che non è già stato tassato lungo il percorso. E oltre alla tassa perdi tutti gli anni di anzianità: se un domani riaprirai un fondo riparti da zero, quindi dal 15% pieno sull’aliquota finale e da capo per gli 8 anni che servono a chiedere un anticipo.

Su una posizione di qualche decina di migliaia di euro la terza strada costa diverse migliaia di euro di tasse pagate subito, più tutto l’effetto degli anni buttati via. La prima non costa niente. È una di quelle scelte che si fanno in 5 minuti allo sportello e pesano per trent’anni.

E se le tenessi tutte e due? Si può, ed è una strada che in tanti prendono senza sapere di averla presa. Nessuna legge dice che devi avere un fondo solo: puoi lasciare ferma la posizione vecchia e aprirne una nuova dove versi da lavoratore autonomo. Un limite però c’è: il trasferimento, quando lo fai, riguarda l’intera posizione. Non se ne sposta un pezzo e si tiene il resto.

Cosa spinge a unire tutto in un fondo solo. Il primo motivo sono i costi fissi: 2 posizioni possono voler dire 2 quote annue di adesione, e su una posizione piccola una cifra fissa pesa moltissimo in percentuale. Il secondo riguarda le anticipazioni, ed è quello che quasi nessuno considera: i tetti del 75% e del 30% si calcolano su ciascuna posizione presa da sola. Se ti serve una certa cifra per la prima casa, il 75% di una posizione grande può bastare, mentre il 75% di 2 posizioni piccole, chieste separatamente, può non arrivarci. Il terzo è la semplicità: un solo estratto conto da leggere ogni anno, e un solo interlocutore il giorno in cui bisogna ritirare.

Cosa spinge a lasciare separato. I fondi di categoria costano quasi sempre molto meno degli altri, perché non hanno una rete di vendita da pagare. Non è un’impressione, sono i numeri della COVIP: su un orizzonte di 10 anni il costo medio annuo è dello 0,47% per i fondi negoziali, dell’1,36% per i fondi aperti e del 2,17% per i PIP. Spostare un capitale già grosso da un contenitore che costa mezzo punto a uno che ne costa 2 vuol dire pagare quella differenza per tutti gli anni che restano. Quanto pesa davvero? Sempre la COVIP calcola che passare dall’1% al 2% di costo annuo riduce il capitale finale, dopo 35 anni, di circa il 18%. Sono medie, e il tuo fondo può stare sopra o sotto: prima di decidere si guardano i costi veri dei 2 fondi, uno accanto all’altro. La COVIP pubblica un comparatore gratuito con gli indicatori di costo di tutte le forme italiane.

Quello che non cambia in nessuno dei 2 casi sono gli anni. La legge parla di anni di partecipazione alle forme pensionistiche complementari, al plurale: contano tutti i periodi in cui sei stato dentro, in qualunque fondo, purché tu non abbia mai chiesto il riscatto totale. Quindi tenere 2 posizioni separate non ti fa perdere anzianità. È il riscatto che azzera il contatore, non il fatto di avere più di un fondo.

Due avvertenze pratiche. La prima: i tempi e le condizioni li scrive lo statuto del tuo fondo, che di solito dà una finestra per scegliere fra riscatto e trasferimento, e passata quella decide lui. Chiedilo al fondo prima che la finestra si chiuda. La seconda: il trasferimento si può fare verso un fondo aperto o un PIP, mentre il passaggio diretto da un fondo di categoria a un altro fondo di categoria non è previsto.

Cosa abbiamo capito

Tre cose spostano il risultato. La prima è quanto crescono i soldi: in azienda crescono con una regola scritta nella legge, che segue l’inflazione, mentre nel fondo dipende dalla linea che hai scelto e da come vanno i mercati. La seconda è la tassa che si paga ogni anno su quello che è cresciuto: 17% in azienda, 20% nel fondo, che però scende al 12,5% sulla parte investita in titoli di Stato. La terza, di solito la più pesante, è la tassa che si paga alla fine: in azienda si applica l’aliquota media dei tuoi redditi, nel fondo si parte dal 15% e si scende fino al 9% se resti dentro tanti anni.

Più anni hai davanti, più contano gli sconti del fondo. Ma un prezzo c’è. Restare dentro a lungo abbassa la tassa finale e lascia più tempo agli interessi per lavorare, e chi versa anche soldi propri ci aggiunge lo sconto IRPEF che incassa ogni anno. Sull’altro piatto ci sono 3 cose: il rischio che i mercati vadano male proprio quando ti servono i soldi, i costi che il fondo trattiene ogni anno, e il fatto che portare il TFR nella previdenza complementare è una scelta da cui di norma non si torna indietro. Il TFR lasciato in azienda di solito cresce di meno, e in cambio ti dà una cosa che il fondo non può darti: sai già in partenza di quanto crescerà.

Una novità del 2026 da conoscere. Chi viene assunto per la prima volta nel settore privato dal 1° luglio 2026 aderisce in automatico alla previdenza complementare, esclusi i lavoratori domestici: se entro 60 giorni non sceglie diversamente, nel fondo previsto dagli accordi collettivi finiscono il TFR per intero, il contributo del datore di lavoro e il suo. Chi invece un lavoro ce l’ha già e cambia azienda segue una regola a parte: il nuovo datore deve verificare la scelta fatta in precedenza e, se un fondo è già aperto, restano 60 giorni per indicare dove conferire il TFR da quel momento in avanti. Chi lascia passare quei 60 giorni si ritrova il TFR indirizzato al fondo previsto dal contratto della nuova azienda, e quindi con 2 posizioni aperte invece di una. Capire come funzionano i 2 percorsi prima di quel momento serve proprio a questo, a scegliere invece di subire. Nota: sempre dal 2026 la stessa legge ha aumentato dal 50% al 60% la quota del montante che si può ritirare in capitale al momento della prestazione, e ha aggiunto 3 forme di uscita accanto alla rendita vitalizia. Non hanno tutte la stessa tassazione, e la differenza è spiegata nel riquadro «Come esci dal fondo, e quanto paghi» qui sopra.

Legge di Bilancio 2026

Cosa cambia, riga per riga

La riforma non ha inventato il silenzio‑assenso, che esisteva già dal 2007: ha accorciato i tempi, allargato quello che finisce nel fondo e aggiunto regole nuove per chi cambia lavoro e per chi arriva al momento di ritirare. Qui le 2 discipline messe una accanto all’altra.

fino al 30 giugno 2026 6 mesi per scegliere dal 1° luglio 2026 60 giorni per scegliere
La regola
Fino al 30 giugno 2026
Dal 1° luglio 2026

Chi viene assunto per la prima volta

Se non dice niente

Prima

Dopo 6 mesi il TFR veniva comunque conferito al fondo previsto dal contratto collettivo. Il silenzio‑assenso c’era già dal 2007.

Adesso

Dopo 60 giorni aderisce in automatico al fondo previsto dagli accordi collettivi. Se in azienda ce n’è più d’uno vale quello con più iscritti, salvo diverso accordo aziendale.
Cosa finisce nel fondo

Prima

Il solo TFR.

Adesso

Il TFR per intero, più il contributo del datore di lavoro e il suo, nella misura fissata dagli accordi. Il contributo del lavoratore non è obbligatorio se la retribuzione lorda annua resta sotto l’assegno sociale.
Dove vengono investiti

Prima

In un comparto garantito, costruito per restituire il capitale e rendere quanto la rivalutazione del TFR.

Adesso

In una linea calibrata sull’età e sugli anni che mancano, con profili di rischio diversi. Più margine di crescita per chi è giovane, e anche più oscillazioni.
Se non vuole aderire

Prima

Doveva dirlo entro i 6 mesi. La scelta di tenere il TFR in azienda restava comunque revocabile.

Adesso

Può rinunciare entro 60 giorni e tenere il TFR in azienda, oppure portarlo a un fondo scelto da lui. Quella rinuncia si può revocare anche dopo, per entrare più avanti.
Da quando decorre

Prima

Dal conferimento, alla scadenza dei 6 mesi.

Adesso

I versamenti partono dal mese successivo ai 60 giorni, ma coprono tutto dalla data di assunzione. Nessun mese perso.

Chi ha già lavorato e cambia azienda

All’assunzione

Prima

Valeva lo stesso meccanismo dei 6 mesi, senza nessuna verifica di quello che il lavoratore aveva già deciso altrove.

Adesso

Il nuovo datore deve informarlo e verificare la scelta fatta in precedenza, facendosi rilasciare una dichiarazione.
Se ha già un fondo aperto

Prima

Nessuna regola dedicata.

Adesso

Ha 60 giorni per indicare a quale forma mandare il TFR che matura da quel momento. Attenzione a dove porta il silenzio: se non risponde, il TFR comincia ad andare nel fondo previsto dal contratto della nuova azienda, anche se una posizione altrove esiste già. Ci si ritrova così con 2 posizioni aperte.

Quanto si può versare e dedurre

Tetto deducibile ogni anno

Prima

5.164,57 euro.

Adesso

5.300 euro, già dal periodo d’imposta 2026. Nel tetto rientra anche il contributo del datore di lavoro, mentre il TFR conferito resta fuori.
Secondo scaglione IRPEF

Prima

35% sul reddito fra 28.000 e 50.000 euro.

Adesso

33%. C’è un risvolto da capire. La deduzione funziona così: quello che versi nel fondo viene tolto dal tuo reddito, e tu risparmi l’imposta che avresti pagato su quella fetta. Se l’aliquota scende, scende anche il risparmio. Su 1.000 euro versati, chi sta in questo scaglione prima recuperava 350 euro di IRPEF, adesso ne recupera 330. Paghi meno tasse in generale, e insieme il fondo ti conviene un pelo meno sul piano fiscale.

Quando arriva il momento di ritirare

Quanto si può prendere in capitale

Prima

Fino al 50% del montante, il resto in rendita.

Adesso

Fino al 60%. Il resto in rendita vitalizia, salvo le forme nuove qui sotto.
Come ci si fa pagare

Prima

Capitale entro il limite, e per il resto rendita vitalizia.

Adesso

Restano il capitale e la rendita vitalizia, e si aggiungono 3 modi nuovi di farsi pagare. La rendita a durata definita ti versa un assegno per un numero preciso di anni, pari alla tua speranza di vita calcolata sulle tavole ISTAT, quindi per un periodo che finisce invece che per sempre. I prelievi liberamente determinabili ti lasciano chiedere i soldi quando ti servono, senza scadenze fisse. L’erogazione frazionata ti restituisce tutto il montante distribuito su un periodo di almeno 5 anni.
Come sono tassate le forme nuove

Prima

Non esistevano.

Adesso

Rendita a durata definita e prelievi seguono la tassazione del capitale, 15% che scende fino al 9%. L’erogazione frazionata parte invece dal 20% e scende al massimo fino al 15%.

Che cosa cambia per chi ti paga lo stipendio

Quanti dipendenti ha l’azienda

Prima

Per chi non sceglie non conta: il TFR va comunque al fondo pensione. Conta solo per chi rinuncia, perché sotto i 50 addetti il TFR resta davvero in azienda, mentre dai 50 in su va al Fondo di Tesoreria INPS.

Adesso

Identico. La dimensione non cambia nulla per chi tace, e per chi rinuncia decide soltanto chi custodisce il TFR. Per il lavoratore il trattamento resta lo stesso, cambia chi firma l’assegno alla fine.
Fondo di Tesoreria INPS dal 1° gennaio 2026

Prima

La soglia si fotografava all’inizio: chi partiva sotto i 50 addetti restava fuori anche crescendo.

Adesso

Ci rientra anche chi raggiunge la soglia negli anni successivi all’avvio, sulla media annua dell’anno prima. Nel 2026 e nel 2027 solo con una media da 60 addetti in su, e dal 2032 la soglia scende a 40.

Cosa non è cambiato

Vale la pena dirlo, perché sono i numeri che pesano di più nel confronto fra le 2 strade.

  • La rivalutazione del TFR lasciato in azienda: 1,5% fisso più il 75% dell’inflazione, con imposta sostitutiva del 17%.
  • La tassa sui rendimenti maturati dentro il fondo: 20%, che scende al 12,5% sulla parte investita in titoli di Stato.
  • La tassa finale su capitale e rendita vitalizia: 15% ridotto di 0,30 punti per ogni anno oltre il quindicesimo, fino al 9%.
  • La tassazione separata del TFR che resta in azienda, legata all’aliquota media dei propri redditi.
  • Per l’impresa che conferisce: deduzione del 4% del TFR versato, che sale al 6% sotto i 50 addetti, più l’esonero dello 0,48% della retribuzione.

Fonte. Legge 30 dicembre 2025, n. 199 (legge di bilancio 2026), articolo 1: comma 3 per l’aliquota IRPEF del secondo scaglione; commi 201 e 202 per deducibilità, prestazioni e nuove forme di erogazione, che modificano gli articoli 8 e 11 del decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252; comma 203 per il Fondo di Tesoreria INPS, che modifica l’articolo 1, comma 756, della legge 27 dicembre 2006, n. 296; commi 204 e 205 per l’adesione automatica, che riscrivono l’articolo 8 del decreto legislativo n. 252 del 2005. Testo pubblicato nel supplemento ordinario n. 42/L alla Gazzetta Ufficiale n. 301 del 30 dicembre 2025. Dal 1° gennaio 2027 le disposizioni fiscali qui richiamate confluiscono nel nuovo testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto legislativo 19 giugno 2026, n. 117. Contenuto a fini educativi e informativi, non costituisce consulenza finanziaria personalizzata né raccomandazione operativa.

Domande che si fanno tutti

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Anzianità e più fondi

Ho 15 anni in un fondo e 1 in un secondo. Se chiudo il primo, tengo l’anzianità totale?
No, e qui casca l’asino. La legge dice che contano tutti i periodi di partecipazione alla previdenza complementare, tranne quelli per cui hai chiesto il riscatto totale. Se chiudi il fondo vecchio riscattandolo, quei 15 anni spariscono e ti resta 1 anno. Se invece lo trasferisci dentro il secondo, i 15 anni ti seguono. Un’ultima cosa: gli anni in cui hai avuto i 2 fondi insieme contano una volta sola, non si sommano.
Posso avere più di un fondo pensione contemporaneamente?
Sì, non c’è nessun limite al numero. Attenzione però al tetto dei 5.300 euro deducibili: è tuo, non del singolo fondo, e vale sulla somma di tutto quello che versi in un anno.
Posso trasferire solo una parte della posizione?
No. Il trasferimento riguarda l’intera posizione individuale: o sposti tutto, o non sposti niente. Quello che puoi fare è lasciare fermo un fondo e aprirne un altro dove versi da lì in avanti.
Dopo quanto tempo posso trasferire il fondo?
Dopo 2 anni di partecipazione puoi trasferire dove vuoi, liberamente. Se invece perdi i requisiti, per esempio perché cambi settore o apri partita IVA, puoi trasferire subito verso la forma collegata alla nuova attività.
Il trasferimento costa qualcosa?
Sul piano fiscale no: la legge dice che i trasferimenti fra forme di previdenza complementare sono esenti da ogni onere fiscale. E gli statuti non possono prevedere costi tali da ostacolare di fatto il trasferimento: quelle clausole sono inefficaci per legge.

Versamenti e tasse

Il TFR che verso conta dentro il tetto dei 5.300 euro?
No, il TFR sta fuori dal tetto e non lo consuma. Ci rientra invece il contributo che eventualmente versa per te il datore di lavoro, insieme a quello che metti tu di tasca tua.
Posso versare più di 5.300 euro l’anno?
Sì, puoi versare quanto vuoi. La parte oltre i 5.300 euro non ti abbassa le tasse in quell’anno, però in compenso quando la ritirerai non verrà tassata una seconda volta. Conviene però segnalarlo al fondo, altrimenti rischi di pagarci sopra.
Gli 8 anni per chiedere un anticipo si contano su questo fondo o su tutti?
Su tutti. Contano tutti i periodi in cui sei stato dentro alla previdenza complementare, anche in fondi diversi e anche prima del 2005, purché tu non abbia mai chiesto il riscatto totale. Chi ha cambiato lavoro più volte spesso ha già l’anzianità e non lo sa.
Se prendo un’anticipazione, posso rimettere quei soldi dentro?
Sì, si chiama reintegro e si fa versando in un anno più del tetto dei 5.300 euro. Sulla parte che eccede il tetto e che serve a reintegrare ti spetta un credito d’imposta pari alla tassa che avevi pagato quando avevi preso l’anticipo, in proporzione a quanto rimetti dentro. In pratica ti viene restituita quella ritenuta.
Il 23% dell’anticipo per la prima casa scende con gli anni?
No, e confonde quasi tutti. Lo sconto di 0,30 punti l’anno vale solo per le spese sanitarie e per le prestazioni di fine percorso. Per la prima casa e per gli altri motivi la legge scrive 23% e basta: 23% se sei dentro da 8 anni, 23% anche se ci sei da 30.

Uscite e casi della vita

Posso ritirare i soldi quando voglio?
No. I soldi escono soltanto in 3 casi: alla pensione, con un’anticipazione per una causale prevista dalla legge, oppure con un riscatto quando cambia la tua situazione lavorativa. Fuori da lì restano dentro, ed è il prezzo del trattamento fiscale di favore.
Quanti anni servono per avere la pensione dal fondo?
Almeno 5 anni di partecipazione, e in più devi aver maturato i requisiti per la pensione pubblica. Le 2 condizioni servono tutte e due: 5 anni di fondo senza la pensione pubblica non bastano, e viceversa.
Se resto senza lavoro posso prendere i soldi?
Dipende da quanto tempo. Da 12 a 48 mesi di disoccupazione puoi riscattare metà della posizione. Oltre i 48 mesi puoi riscattare tutto. In tutti e 2 i casi con l’aliquota buona, il 15% che scende fino al 9%. Vale anche in caso di mobilità o cassa integrazione.
Cosa succede al fondo se muoio prima della pensione?
Va agli eredi, oppure alle persone che hai indicato tu, che possono anche non essere parenti. Viene tassato con l’aliquota buona, 15% che scende fino al 9%. Se non hai indicato nessuno e non ci sono eredi, nelle forme individuali va a finalità sociali, in quelle collettive resta al fondo.
Se vengo assunto e non scelgo niente, cosa succede?
Dal 1° luglio 2026, se è la tua prima assunzione nel settore privato, dopo 60 giorni di silenzio aderisci in automatico al fondo previsto dagli accordi collettivi. Se invece avevi già lavorato, il nuovo datore deve verificare cosa avevi scelto prima, e se hai già un fondo aperto hai 60 giorni per dire dove mandare il TFR. Occhio a cosa succede se stai zitto: il TFR comincia ad andare nel fondo previsto dal contratto della nuova azienda, anche se il tuo fondo di prima è ancora lì. Ti ritrovi con 2 posizioni aperte.
Strumento a fini esclusivamente educativi e informativi. Non costituisce consulenza finanziaria personalizzata, offerta fuori sede, sollecitazione all’investimento né raccomandazione operativa. I risultati derivano da ipotesi semplificate: quota TFR annua pari alla RAL divisa per 13,5, rendimenti e inflazione costanti nel tempo, rivalutazioni e rendimenti del fondo tassati in modo sintetico, aliquota media stimata sugli scaglioni IRPEF 2026. La deducibilità dei versamenti volontari è calcolata sull’aliquota marginale entro il limite di 5.300 euro l’anno introdotto dalla Legge di Bilancio 2026, limite che comprende anche l’eventuale contributo del datore di lavoro. I benefici per l’azienda derivano dalle misure compensative dell’art. 10 del D.Lgs. 252/2005 e sono stimati per singolo dipendente. Non sono conteggiati anticipi del TFR, conguagli dell’Agenzia delle Entrate e il costo della liquidità che l’impresa perde. I rendimenti passati non garantiscono quelli futuri e i fondi possono registrare perdite. La destinazione del TFR è una decisione importante e di norma irreversibile. Prima di prenderla parlane con chi ti segue: il consulente finanziario iscritto all’albo, il commercialista, il CAF o il patronato, oppure chi ti prepara la dichiarazione dei redditi. Sono loro a conoscere la tua situazione e a poter ragionare sui tuoi numeri veri, cosa che una pagina web non può fare.
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