Quando si chiede “un ETF sulla Cina”, la domanda sembra semplice. Non lo è. Quello che si immagina è una cosa generica e ragionevole, “le aziende cinesi”. Quello che il mercato gli vende è qualcosa di molto più specifico, e in molti casi molto diverso da quello che si è immaginato. La differenza tra ciò che si crede di comprare e ciò che si compra davvero, su un PAC decennale, può valere quattro punti percentuali di rendimento annualizzato. Vale la pena partire da qui.
Il mercato azionario cinese non è un mercato. È un puzzle frammentato. Le A-shares sono quotate a Shanghai e Shenzhen, denominate in yuan onshore, e dipendono soprattutto dal retail domestico cinese. Le H-shares sono a Hong Kong, in dollari di Hong Kong, e dipendono molto di più dai flussi istituzionali esteri. Gli ADR delle big tech, Alibaba, JD, Pinduoduo, sono al NYSE e al Nasdaq. A questi sotto-mercati corrispondono indici diversi, costruiti con logiche diverse, e che si comportano in modo diverso anche nelle stesse fasi macro. Scegliere l’ETF “sulla Cina” senza scegliere prima quale di questi pezzi del puzzle si vuole comprare è come ordinare “un vino” al ristorante.
Il vestito e il corpo
Su carta il candidato ovvio è l’MSCI China: il più ampio dei quattro, copre A + H + ADR, include circa 700 titoli, ha tra le top holdings tutti i nomi noti: Tencent, Alibaba, Meituan, BYD. È quello che un consulente proporrebbe come default a chi cerca esposizione “alla Cina” a 360°. È quello che si trova come prima voce in ogni piattaforma. E sui sette anni che terminano oggi è quello che ha reso peggio.
Per dirlo con i dati, abbiamo selezionato sette ETF UCITS che (a) replicano i quattro principali indici cinesi, (b) sono quotati in EUR su Borsa Italiana, e (c) hanno almeno 82 mesi di storia operativa, il minimo per un confronto a parità di tempo. Su questi sette abbiamo simulato un PAC identico (200 € a inizio mese, da luglio 2019 ad aprile 2026) applicando le performance degli indici sottostanti al netto del TER come drag composto. Capitale versato uguale per tutti: 16.400 €.
I sette candidati e il loro punto di partenza:
| ISIN | Emittente | Indice | TER (Costi totali di gestione) | AUM (Patrimonio totale) | Replica |
|---|---|---|---|---|---|
| IE00BJ5JPG56 | iShares | MSCI China | 0,28% | 3,8 Mld € | Fisica |
| LU1841731745 | Amundi | MSCI China | 0,29% | 560 Mln € | Sintetica |
| LU0514695690 | Xtrackers | MSCI China | 0,65% | 1,0 Mld € | Fisica |
| IE00B02KXK85 | iShares | FTSE China 50 | 0,74% | 4,2 Mld € | Fisica |
| LU0779800910 | Xtrackers | CSI 300 | 0,50% | 1,4 Mld € | Sintetica |
| IE00BQT3WG13 | iShares | MSCI China A | 0,40% | 1,9 Mld € | Fisica |
| IE00BF4NQ904 | HSBC | MSCI China A Inclusion | 0,30% | 110 Mln € | Fisica |
Il test, e il risultato che non quadra
Risultato del PAC al 28 aprile 2026, ordinato per valore finale:
| ETF | Indice | Valore maturato partendo da un capitale di 16.400 | TIR (Rendimento annuo) |
|---|---|---|---|
| iShares China Large Cap (B02KXK85) | FTSE China 50 | 22.001 € | +8,7% |
| HSBC China A Inclusion (BF4NQ904) | MSCI China A Incl. | 19.332 € | +5,2% |
| iShares MSCI China A (BQT3WG13) | MSCI China A | 19.274 € | +5,0% |
| Xtrackers CSI 300 (0779800910) | CSI 300 | 19.214 € | +4,9% |
| iShares MSCI China (BJ5JPG56) | MSCI China | 18.749 € | +4,3% |
| Amundi MSCI China (1841731745) | MSCI China | 18.698 € | +4,3% |
| Xtrackers MSCI China (0514695690) | MSCI China | 18.526 € | +4,1% |
L’investitore che ha scelto l’MSCI China, l’indice più ampio, il più “completo”, quello che chiunque suggerirebbe come default, ha ottenuto il rendimento peggiore della categoria. Quello che ha scelto il FTSE China 50, indice tecnicamente più concentrato e teoricamente più rischioso, ha portato a casa 3.475 € in più sullo stesso versato. Sul P/L generato è il +62%. Questa è la differenza tra un PAC che ha “funzionato” e uno che si è trascinato per sette anni.
Il vero motore non è il TER
Va detto con la stessa nettezza con cui si dice di solito il contrario: per chi fa un PAC di lungo periodo sulla Cina, scegliere fra iShares e Amundi sullo stesso indice non sposta nulla. Tra i tre ETF MSCI China della classifica, le differenze sono di poche decine di euro su 16.400 versati. Tutto il dibattito tecnico (fisica vs sintetica, Irlanda vs Lussemburgo, due punti base di TER) viene spazzato via dalla sola scelta dell’indice. L’ETF è il vestito. Il corpo è l’indice.
Perché è andata così è una domanda con tre risposte. La prima: l’MSCI China è strutturalmente sovrappesato sul tech cinese, e il tech cinese tra fine 2020 e tutto il 2022 ha perso il 60-70% delle valutazioni a causa della stretta regolatoria di Pechino (il caso Ant Group, l’anti-monopoly law, didi-taxi, i giochi online). Chi aveva l’MSCI China ha incassato il colpo pieno. La seconda: il FTSE China 50 ha una composizione completamente diversa. Banche, energia, telco, qualche industriale. Settori che nel resto del mondo sono stati ignorati per cinque anni, e che in Cina hanno beneficiato di una rotazione settoriale violenta verso le mega-cap value tra fine 2024 e 2025. La terza: le A-shares onshore (CSI 300, MSCI China A) hanno una correlazione strutturalmente più bassa con i mercati offshore. Sono guidate dal retail cinese, hanno cicli propri, e nel 2024-25 hanno recuperato più rapidamente di Hong Kong e degli ADR.
Isomorfismo da ETF
C’è una continuità con un tema già affrontato in queste pagine: quando troppi modelli leggono lo stesso mondo nello stesso modo, le decisioni si standardizzano e la diversificazione diventa più di facciata che reale. Gli ETF passivi, che peraltro vendiamo come strumenti di efficienza, sono già in sé strumenti di imitazione automatizzata. Comprare un ETF è scegliere di smettere di scegliere (il portafoglio, una volta scelto l’indice, lo decide qualcun altro). Va benissimo, è il senso del mestiere. Ma il consulente non può scaricare anche la scelta dell’indice. È l’unico vero atto attivo che resta. Su quello, la pigrizia di prendere “il più ovvio” si paga.
Tre cose operative
Per un PAC decennale che parta oggi, tre considerazioni vanno fatte prima di firmare l’ordine permanente.
La prima riguarda la concentrazione. Dieci anni di accumulo su un solo paese (peggio, su un paese con rischio politico e regolatorio idiosincratico) non è diversificazione. È una scommessa. Ha senso se l’investitore vuole consapevolmente fare una scommessa, non se l’investitore crede di star facendo prudenza. La Cina, in un portafoglio, viene spesso considerata una componente satellite e non il motore principale, accanto a un core globale.
La seconda riguarda la scelta dell’indice. I dati passati non si proiettano sui prossimi dieci anni. Il FTSE China 50 ha vinto questo round ma è un indice estremamente concentrato, 50 titoli, con i primi dieci che pesano oltre il 60%. Quello che è stato un vantaggio nel 2024-25 può diventare uno svantaggio in qualsiasi inverno settoriale dei finanziari di Hong Kong. Il punto non è “scegliere l’indice migliore”, che nessuno sa qual è. Il punto è scegliere l’indice consapevolmente, sapendo cosa contiene e cosa esclude, e perché.
La terza riguarda la struttura. Per chi ha un orizzonte decennale, una struttura ibrida può aver senso (un’esposizione MSCI China per il tech offshore e gli ADR, e una CSI 300 o MSCI China A per le A-shares onshore). Si rinuncia alla semplicità del single-ETF, ma si ottiene una vera diversificazione interna al paese e si limita il rischio di aver scelto l’indice sbagliato. È una scelta che vale la pena fare insieme al consulente, non da soli davanti alla schermata del broker.
In Piave Capital la scelta dell’indice non la deleghiamo. Non perché ci interessi avere un’opinione diversa per il gusto di averla, ma perché crediamo che la due diligence vera sia capire cosa si sta davvero comprando prima di discutere quale emittente glielo vende. Lavoriamo per rendere visibili i rischi che gli strumenti standardizzati nascondono dietro l’apparente semplicità di una sigla: UCITS, MSCI, AUM grande, TER basso, tutto a posto. Tutto a posto finché non si guarda dentro. Il mestiere resta scegliere quali dati guardare e perché. Il futuro sarà pieno di scorciatoie e di indici “neutrali” da delegare al passivo. Noi continuiamo a fare il lavoro più noioso e più utile: capire cosa c’è davvero dentro un ETF, prima di metterlo in un portafoglio.
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Le informazioni e i dati riportati provengono da fonti ritenute affidabili, ma non se ne garantiscono completezza, accuratezza o aggiornamento. Le simulazioni di Piano di Accumulo si basano su performance storiche degli indici MSCI e FTSE in valuta originaria, applicando il TER come drag composto, e non considerano commissioni di negoziazione, bid/ask spread, imposta di bollo, tassazione del capital gain ed eventuale tax drag su distribuzioni. Eventuali riferimenti a strumenti finanziari hanno finalità meramente esemplificativa e non implicano alcuna previsione di performance future. Gli investimenti comportano rischi, inclusa la possibile perdita totale o parziale del capitale. I rendimenti passati non sono indicativi di rendimenti futuri.
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Edoardo Calcinotto
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