Progetto editoriale di educazione finanziaria

Multipli di valutazione: come si legge il prezzo di un’azienda

“Sei volte l’EBITDA”: alla cena di categoria lo capiscono tutti. “P/E 24” in Borsa sembra un’altra lingua, ma è la stessa frase. I multipli di valutazione raccontati dalla bottega ai mercati, con un esempio numerico e le trappole da evitare.

Alla cena del consorzio, tra il primo e il secondo, la notizia fa il giro del tavolo: il capannone grigio sulla provinciale, quello dei serbatoi, ha venduto. “Sei volte l’EBITDA”, dice qualcuno. E tutti annuiscono. Nessuno chiede cosa significhi. Sandro per primo: quella frase la legge da trent’anni, sa che vuol dire margini per sei, sa perfino che è un buon prezzo, per quel settore e con quei clienti.

La settimana dopo, la sera, apre per curiosità la scheda di un titolo quotato di cui parlano tutti. Legge: P/E 24. E lì si blocca. Eppure è la stessa frase della cena, scritta in un’altra lingua: stai pagando ventiquattro volte gli utili.

Questa è la buona notizia di oggi: i multipli li usi già. Ti manca solo il vocabolario, e qualche accortezza per non farti ingannare dai numeri sbagliati. Vediamole con ordine.

Alla cena di categoria

“Sei volte l’EBITDA”

Tutti annuiscono. Nessuno chiede.

Sul listino di Borsa

“P/E 24”

Sembra un’altra lingua.

È la stessa frase: quante volte stai pagando quello che l’azienda produce.

Il prezzo al chilo delle aziende

Due cesti di mele al mercato: uno a dieci euro, uno a sei. Sembra meglio il secondo, finché non conti le mele: venti nel primo, otto nel secondo. Il prezzo che conta è quello alla singola mela. Un multiplo fa esattamente questo con le aziende: prende il prezzo e lo divide per qualcosa che conta davvero, gli utili o i margini, così puoi confrontare grande e piccolo con lo stesso metro.

Di metri, però, ce ne sono due, e la differenza la conosci già dal tuo mondo. Il primo è il prezzo delle quote: il P/E rapporta il valore delle azioni agli utili netti, come quando compri le quote di una società e ti chiedi quante volte l’utile stai pagando. Il secondo è il prezzo dell’intera azienda, debiti compresi: l’EV/EBITDA. È il ragionamento del capannone: se lo compri e ti accolli il mutuo, il prezzo vero è quello che paghi più il mutuo che ti porti a casa. Quel “prezzo vero” si chiama enterprise value, e va confrontato con i margini che l’azienda genera per tutti, banche comprese.

Regola d’oro: non mescolare i due metri. Il prezzo delle quote va sugli utili, il prezzo dell’intera azienda va sui margini. Chi confronta l’uno con l’altro sta misurando il capannone in metri e il mutuo in piedi.

Prima di confrontare, pulisci i numeri

Anche questo lo sai già, solo con altre parole. L’anno in cui hai venduto il vecchio impianto, il tuo utile era gonfio: chi compra lo sa e lo toglie dal conto, perché quella riga non si ripeterà. In Borsa si chiama normalizzare: via le poste una tantum, in su e in giù, prima di calcolare qualsiasi multiplo.

Seconda trappola: il leasing. I macchinari in leasing sono debito travestito, e oggi i bilanci lo mostrano quasi sempre come tale. Bene, purché il confronto sia coerente: se il debito da leasing entra nel prezzo dell’azienda, deve entrare anche nella grandezza con cui lo confronti.

Terza trappola: i costi che diventano investimenti. Due aziende identiche nella sostanza possono mostrare margini diversi solo perché una spesa lo sviluppo del software a conto economico e l’altra lo capitalizza. Stessa vita, numeri diversi. Prima di confrontare i numeri, confronta le regole con cui sono stati scritti.

Dal multiplo al prezzo, con i numeri

Torniamo sulla provinciale. Il capannone grigio: EBITDA normalizzato di 2 milioni, clienti solidi, margini in linea col settore. I concorrenti quotati trattano intorno a 7 volte l’EV/EBITDA. Sette per due fa 14: questo è il valore implicito dell’intera azienda, banche comprese. Ma dentro ci sono 3 milioni di debiti finanziari netti, che il compratore si accolla. Per le quote, a chi vende, restano 11 milioni.

E i famosi “sei volte” della cena? Le acquisizioni nel settore passano di mano a 8 o 9 volte, più dei quotati. Non è un errore: chi compra tutta l’azienda compra il controllo, e spesso ci mette dentro le sinergie che conta di realizzare. In Borsa, invece, compri quote di minoranza: è un prezzo diverso perché è una cosa diversa. Guai a sommare due volte gli stessi benefici: è la prudenza che raccomanda Damodaran, ed è la prassi che trovi nelle perizie depositate per le operazioni reali.

Caro, economico o semplicemente spiegato?

Il multiplo del titolo che guardi è più alto dei concorrenti? Prima di concludere che è caro, procedi per domande, in ordine: i numeri sono stati puliti allo stesso modo? Stai confrontando dati storici con dati attesi senza accorgertene? I “simili” che hai scelto crescono e rischiano quanto lui? Le regole contabili hanno gonfiato o compresso il denominatore? Stai confrontando un prezzo di minoranza con uno di controllo?

Un multiplo non ti dice se un’azienda è cara o a sconto. Ti dice solo quanto la stai pagando. Il perché sta sempre nei fondamentali.

Perché uno sconto può essere meritato: il mercato prezza margini fragili, clienti concentrati, investimenti pesanti in arrivo. E un premio può valere ogni euro: qualità del business, cassa visibile, poca fame di capitale. In entrambi i casi la lettura utile nasce dal legame tra il numero e ciò che lo sostiene. Il multiplo da solo non dice niente: dice tutto solo insieme ai fondamentali.

Il passo successivo

Il multiplo si appoggia ai margini. E i margini non sono cassa.

Sette volte l’EBITDA ha senso solo se quell’EBITDA, prima o poi, diventa denaro vero nella vasca. È il passaggio che decide tutto, e ha le sue regole.

Alla prossima cena del consorzio, quando qualcuno dirà “sei volte l’EBITDA”, Sandro annuirà come sempre. Ma la sera, davanti al listino, non cambierà più lingua: leggerà “quante volte sto pagando”, e poi andrà a guardare cosa c’è sotto. Tutto il mestiere, alla fine, è qui.

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